Torino 2006
Ci sono esperienze professionali che arricchiscono un curriculum. Altre contribuiscono a costruire il manager e la persona che diventerai.
La mia esperienza ai Giochi Olimpici Invernali di Torino 2006 appartiene alla seconda categoria.
Ho avuto l’opportunità di lavorare per TOROC, il Comitato Organizzatore dei Giochi Olimpici, ricoprendo il ruolo di Venue Manager del Palasport Olimpico, l’allora PalaIsozaki, oggi Inalpi Arena.
Un impianto nato per ospitare le competizioni olimpiche di hockey su ghiaccio e destinato a diventare uno dei luoghi simbolo della trasformazione di Torino.

Organizzare un’Olimpiade significa confrontarsi con una sfida manageriale e organizzativa difficilmente paragonabile ad altre esperienze professionali.
Un progetto internazionale, migliaia di persone coinvolte, strutture complesse, responsabilità crescenti e scadenze inderogabili.
Non esistono rinvii.
Quando iniziano i Giochi, bisogna essere pronti.
Ho vissuto in prima persona la pressione del grande evento, la gestione quotidiana delle criticità, la necessità di prendere decisioni rapidamente e la responsabilità di garantire il funzionamento di un’organizzazione complessa sotto gli occhi del mondo.
Lo stress cresce con l’avvicinarsi dell’evento.
Le giornate diventano più lunghe, le decisioni più importanti, gli imprevisti più difficili da gestire.
È proprio in quei momenti che comprendi quanto la qualità delle persone e la capacità di costruire una squadra siano determinanti.
Nessun grande evento si organizza da soli.
Il team building, in un contesto come quello olimpico, non è un concetto teorico.
È una necessità quotidiana.
Significa mettere insieme persone con competenze, esperienze, responsabilità e caratteri differenti e trasformarle in una squadra capace di condividere un obiettivo.
Significa costruire fiducia.
Delegare responsabilità.
Affrontare insieme gli imprevisti.
Condividere la pressione.
Proteggere il gruppo nei momenti di difficoltà.
E continuare a lavorare, ogni giorno, nella stessa direzione.
Quando finalmente iniziano i Giochi, tutto il lavoro svolto negli anni precedenti prende forma.
Gli atleti, il pubblico, i media internazionali.
Le tribune piene.
Le competizioni.
La tensione e l’emozione di essere parte di qualcosa che sta accadendo una volta sola.
Torino diventa il centro del mondo e nasce la consapevolezza di aver contribuito alla realizzazione di uno dei più grandi eventi sportivi internazionali.
Poi, improvvisamente, tutto finisce.
Le competizioni terminano.
Gli atleti partono.
Gli impianti si svuotano.

Dopo anni trascorsi correndo verso un unico obiettivo arriva una domanda inevitabile:
e adesso?
Per molti di noi il futuro rappresentava un’incognita.
Avevamo vissuto un’esperienza professionale straordinaria e difficilmente replicabile.
Era il momento di cercare nuove sfide, costruire nuovi percorsi professionali e trasformare tutto ciò che avevamo imparato in competenze, metodo e visione.
A vent’anni di distanza, Torino 2006 continua a rappresentare una parte importante della mia identità professionale.
Mi ha insegnato a lavorare sotto pressione.
A gestire organizzazioni complesse.
A prendere decisioni.
A costruire squadre.
A fidarmi delle persone.
E a comprendere che, dietro ogni grande progetto, sono sempre le persone a fare la differenza.
Molti dei colleghi incontrati durante quella straordinaria avventura hanno seguito strade professionali differenti.
Le nostre vite sono cambiate.
Ma alcune delle relazioni nate lavorando insieme si sono trasformate in amicizie che durano ancora oggi, vent’anni dopo.
Ed è forse questa l’eredità più importante della mia esperienza olimpica.
I grandi eventi finiscono. Le luci si spengono e gli impianti si svuotano. Ma le competenze acquisite, le esperienze condivise e le persone incontrate lungo il percorso possono accompagnarti per tutta la vita.
